«I fatti minacciano la nostra felicità e sicurezza. Più a fondo investighiamo nella natura delle cose, più incerta può sembrar diventare la nostra struttura».
Immaginiamo che un “evento tossico aereo” sconvolga le nostre vite al punto da alterare la nostra percezione della realtà, già precari equilibri, un’esile tranquillità.
Poco spazio c’è, però, da lasciare all’immaginazione, dal momento che la pandemia globale da Covid-19 ci ha messi nell’esatta condizione di ricalibrare le nostre esistenze, far crollare ogni convinzione.
Quanto raccontato in Rumore Bianco, il film diretto da Noah Baumbach, con Adam Driver e Greta Gerwig – tratto dall’omonimo romanzo Don DeLillo uscito nel 1985 – ripropone l’assurdità, il caos, di una società concentrata su se stessa con una palese allusione alla gestione della pandemia e annesse ripercussioni generali.
La narrazione monta un’amara quanto ironica riflessione sulla vita e sulla morte: priorità, incertezze, ansie si aggregano e disgregano al contempo.
È un’analisi sulla famiglia immersa nelle contraddizioni della contemporaneità, sul valore dei miti nella società – emblematica la scena che vede, in un esercizio di retorica, mettere a paragone Elvis e Hitler – simulacri offerti da una realtà anestetizzata.
E se consideriamo che «è in un supermercato che continuiamo a inventare la speranza» – simbolo di industrializzazione, progresso, opulenza e consumismo di massa – la paura per la fine si ricicla in una danza collettiva tra gondole e scaffali d’offerte imperdibili.
Pur essendo contestualizzato negli anni ’80, il film rende in pieno il panico globale vissuto in questi anni, raccoglie le angosce del presente con le sue situazioni paradossali.
«Bisogna chiedere a se stessi se tutto ciò che si fa in questa vita avrebbe le stesse caratteristiche di bellezza e significanza senza la consapevolezza che si tende a una linea finale, a un confine, a un limite. (…) Ciò che riluttiamo a toccare, sembra spesso essere l’essenza stessa di cui è intessuta la nostra salvezza».
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